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La vita di Louis-Joseph Lebret

In : International Dominican Commission for Justice and Peace

“Imbarcarsi.
Ignoriamo quali navi incontreremo,
quali tempeste proveremo,
in quali porti potremo riposarci.
Si parte senza avere previsto tutto
e si arriva.
E’ rischioso.
Questo non impedisce di partire”
L.-J. Lebret, Principes pour l’Action

LOUIS-JOSEPH LEBRET

Probabilmente il Padre Lebret è poco conosciuto all’interno della Famiglia Domenicana, anche per la difficoltà di trovare i suoi testi e scritti recenti su di lui. Varrebbe però la pena di studiarne l’opera e la vita anche se questo richiederà un tempo abbastanza lungo, data la sua intensa attività, i numerosi contatti con popoli e classi sociali diverse ; soprattutto occorrerà un tempo di ascolto per intuirne la personalità, il ricco mondo interiore di preghiera e di compassione (nel senso di “patire con”).

Louis Lebret nasce in Francia, in Bretagna, a Minihic-sur-Rance, nel 1897. Il padre lavora come capo carpentiere alla Marina di guerra. Il giovane, dopo il baccalaureato (diploma di scuola superiore) in matematica, decide di entrare in Marina prima come apprendista marinaio, poi come allievo della Scuola Navale. Nel 1917 è già ufficiale di manovra sul cacciatorpediniere Bouclier.

Nel 1920 è istruttore al corso per il brevetto superiore di ufficiale di coperta, nel 1921-22 viene mandato a Beirut, dove è direttore del movimento del porto. In quest’epoca è promosso Cavaliere della Legione d’Onore e luogotenente di vascello. A soli 24 anni ha già assunto responsabilità non indifferenti che lo hanno temprato e reso capace di iniziativa. E’ a questo punto che decide di entrare nell’Ordine Domenicano. Siamo nel 1923, ma probabilmente già da qualche anno egli aveva maturato il proposito di farsi religioso. (cfr. perplessità espresse nel 1919 da invitati al matrimonio del fratello, su un suo possibile abbandono della brillante carriera intrapresa) Fa il noviziato a Angers, della provincia domenicana di Lione, poi è in Olanda nel convento di Rijckholt per gli studi di filosofia e teologia. Segue qui le lezioni di due grandi maestri : il Padre Augier e il Padre Sertillanges. Non termina tuttavia, e non riprenderà in seguito, l’ultimo anno di studi perché per motivi di salute viene mandato a riposarsi nel convento di Saint-Malo. Qui entra in contatto con una realtà di cui fino a quel momento non aveva preso coscienza. Sono i piccoli pescatori locali, che vivono nella miseria, che non sembrano aver diritto a un minimo di dignità.

In un primo momento fonda la Gioventù marittima cristiana perché si preoccupa di aiutare spiritualmente i pescatori, ma presto si rende conto che l’iniziativa ha dei limiti e fonda, insieme a un attivista laico di grande valore, Lamort, la Federazione francese dei sindacati professionali dei marittimi. Capisce che si deve andare alla radice dei mali e studiarne le cause. Dal 1932 al 1939 esce un giornale sindacale : La Voix du Marin. Per dieci anni dedica tempo ed energie alla questione dei piccoli pescatori e dei settori lavorativi connessi alla pesca, non solo sulle coste francesi ma anche nel resto d’Europa e nel Mediterraneo. L’attività si svolge seguendo due binari :

1) pressione sulle istituzioni per il miglioramento delle leggi 2) Il lavoro con la gente : Il vero sviluppo si ha se la popolazione è coinvolta.

Nel 1940 è chiamato come esperto economico al Ministero della Marina Mercantile ; dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale fonda il Centro Studi e poi la rivista Economia e Umanesimo, insieme a laici e religiosi domenicani. Nel 1947 tiene un corso di introduzione all’Economia umana alla scuola di sociologia e politica di San Paolo in Brasile. La condizione di indigenza della maggior parte della popolazione sconvolge profondamente la sua sensibilità ; viaggia anche in altri paesi dell’America Latina, dove le povertà sono talmente devastanti da fargli dire che il più povero della Francia è ricco rispetto a loro.

Si può parlare di un nuovo periodo in cui la sua attenzione si concentra sui problemi sociali ed economici, questa volta dei paesi meno sviluppati. Nel 1958 fonda l’IRFED (Istituto Internazionale di Ricerca e di Formazione per lo Sviluppo). Lebret è ormai noto ovunque ; viene chiamato dalle Conferenze Episcopali in America Latina, in Africa, in Vietnam, come consulente permanente del Governo del Senegal. (alla sua morte il paese proclamerà una giornata di lutto). Il Vaticano lo invia come suo rappresentante ad alcune Conferenze dell’ONU Nel 1964 è nominato esperto al Concilio per lo schema 13 (Gaudium et Spes) ; darà poi un grande contributo alla stesura della Populorum Progressio che verrà completata l’anno successivo alla sua morte. Paolo VI nella presentazione dirà che la P.P. è un omaggio a Lebret.

Nonostante sia già seriamente ammalato, continua il suo impegno, fino al maggio 1966, per la creazione del Segretariato per la Giustizia Internazionale e lo Sviluppo. Muore a Parigi il 20 luglio del 1966. Anche se le sue attività sono state molteplici, c’è in realtà un unico filo conduttore. Lebret stesso definiva la sua vita come “un processo di preparazioni e di intuizioni nella continuità della fede”.

Colpiscono, infatti, quando si leggono i suoi scritti, alcuni aspetti ricorrenti : una intensa vita di comunione con il Signore, cosa di cui parla poco ma che esprime nello scritto, nelle preghiere, con un candore di cui non si vergogna, sempre giovane in questo entusiasmo per il suo Signore, al quale si affida con animo di fanciullo. Strettamente legata a questa dimensione contemplativa, a questo sguardo adorante per il suo Dio, c’è lo sguardo innamorato, dolcissimo che egli posa su tutte le creature che Dio ama.

Questo amore misericordioso non gli permette soste nella ricerca del bene comune, nella creazione di una fratellanza universale L’amore lo spinge a lottare contro ogni ingiustizia. Una lotta che porterà avanti tutta la vita secondo un metodo che elabora e via via perfeziona insieme a confratelli e amici.

Vita di preghiera e contemplazione

Mentre si trovava in Libano Lebret si era avvicinato ai Gesuiti, ma poi scelse di farsi domenicano.

Diceva scherzando che i gesuiti non l’avevano voluto, per via del suo temperamento troppo indipendente, e gli avevano loro stessi suggerito di rivolgersi ai domenicani. E’ certo che, comunque, fu una scelta illuminata, perché il carisma di S. Domenico gli si adattava benissimo.

Lebret ha sempre amato l’Ordine e ne ha vissuto lo spirito tutta la vita. Egli non ha mai fatto fatica a tenere insieme la contemplazione e l’azione, cosa che sembra a volte difficile a tanti di noi. Forse era aiutato in questo da una natura portata all’amore per il Signore, allo stupore, alla gratitudine, ciò che poi gli faceva avvicinare ogni creatura senza prevenzioni.

Le preghiere che ha composto sono rivelatrici di una contemplazione, direi di un misticismo intriso di carne e sangue. Non si ha l’impressione di fuga nello spirituale, non c’è niente che urti la sensibilità di chi crede nell’urgenza di radicarsi nella storia qui e ora. Una pagina fra le molte che si potrebbero citare rivela le istanze profonde del suo animo e ci aiuta anche a capire la genesi della sua vocazione.

Gesù, mio Signore e mio Dio, ecco che ho imparato a conoscerti. Io ti conoscevo da tanto tempo, da quando, ancora fanciullo, m’attiravi nella semplicità del tuo mistero. Tu eri uno dei miei amici. Io andavo a contemplarti nel presepio e sapevo bene che là non c’era di Te che una immagine.

Nella semplicità della mia fede era Te che io trovavo. Tu eri veramente il mio amico, un figlio degli uomini che io adoravo come il mio Dio. Ti conoscevo quando cercavo di sfuggirti, quando non volevo pronunciare il “sì” alle tue domande, quando mi ritiravo, sgomento, dal tuo amore.

E tuttavia Tu fosti il più forte, Tu hai schiuso la mia anima alla pietà, mi hai fatto comprendere che avrei avuto da combattere contro l’ingiustizia del mondo e che c’era da accettare, già in precedenza, un compito immenso, sotto la guida della tua mano amorosa.

Mi hai dato la forza di disprezzare la morte, mi hai riempito il cuore di coraggio. Tu mi hai fatto amare ardentemente i miei compagni di guerra, senza che l’odio contro il nemico penetrasse nel mio cuore.

Ti avevo trovato nel Vangelo e avevo imparato con avidità le tue parole, il tuo discorso sulla Montagna, quello dopo l’ultima cena, le tue parabole. Il tuo insegnamento portava l’equilibrio nel mio spirito e mi dava rispetto infinito per il prossimo. Io vivevo in Te e tu avevi preso possesso di tutta la mia vita……

Un giorno t’impossessasti di tutto il mio essere. Io mi gettai in Te senza capire ancora dove ti piacesse condurmi, senza comprendere fino a che punto bisognasse assomigliarti nella sofferenza e nell’amore.

Sei stato capace di portarmi dentro gli abissi. Sei riuscito a trattenermi quando sdrucciolavo : sollevarmi quando cadevo. Mai mi hai abbandonato, neppure quando mi capitava di ritirare la mia donazione.

Tu hai riempito il mio cuore del tuo amore per l’umanità. Io non mi sono mai imbattuto in poveri straccioni senza rimanerne commosso, non sono mai capitato in un sobborgo o in un villaggio miserabile senza soffrirne, tra gente denutrita o sfruttata senza reagire. L’avarizia delle nazioni ricche m’è apparsa mostruosa. Avrei voluto che il tuo amore facesse scomparire tanti egoismi……. E’ in Te che io presi coscienza di me stesso, in Te mi raccolgo perché Tu mi riconduca ai miei fratelli, è in Te che mi sento riappacificato, quando la collera o l’amarezza mi afferrano e, quando mi sento disprezzato o combattuto, è in Te che io imparo ad amare chi mi disprezza o mi combatte….. Tu sei all’inizio e al termine di ciò che in me ha valore. Tutto ciò che faccio nella carità è stato prima realizzato in Te ; tutto quello che merito è l’applicazione del tuo merito. Io non faccio che amministrare ciò che hai guadagnato per me. ……….Tu fai crescere ciò che di divino è in me. Ma Tu sei pure l’uomo crocifisso, nel quale bisogna espiare il proprio peccato, collaborare alla redenzione dell’umanità ; Tu vuoi che il nostro cuore si spezzi insieme con il tuo per rassomigliarti nella sofferenza. Tu vuoi che diventiamo sempre più capaci di soffrire con Te. Tu sei l’intimo, l’amico e riusciremo a conoscerti bene solo se metteremo in noi stessi il tuo dolore, e se ci inserirai nel tuo dolore.

Ciò, rigorosamente parlando, è un desiderio folle di grandezza ; in Te io incontro tutta l’umanità che raccogli nel tuo amore e per la quale, come uomo, hai donato Te stesso ; in Te io incontro la pienezza di Dio.

…….Gesù, fratello, Signore, Dio mio, sarei molto più unito a Te se fossi stato più fedele. Ancora oggi sto cominciando a scoprirti ; ma a misura che dalla tua misericordia io vengo mutato in Te, mi sento più vicino all’umanità, a ciascun uomo, a tutti. Entrare nella tua intimità significa nel tempo stesso entrare nell’intimità trinitaria e nella conoscenza amante dell’umanità. (Dimensioni della Carità pp. 181-183) Il cerchio si chiude ma per riallargarsi in cerchi sempre più ampi ad abbracciare con Dio le creature che Dio tiene nel suo amore, i cui volti Lui ha disegnato sulle palme delle sue mani.

Tutto questo lo sappiamo bene, è vero, ce lo dice Dio nella Sacra Scrittura. La difficoltà è nel tenere dentro abitualmente questo pensiero, muoversi secondo questo sentire che non si improvvisa, che va lungamente preparato e poi coltivato, perché il rischio di banalizzare il mistero è grande.

Amore misericordioso per il prossimo

Lebret ha davvero amato molto la gente che ha incontrato nel suo continuo peregrinare da un paese all’altro, anche se ritiene di aver fatto molto poco per loro. In molti suoi scritti ci sono pagine di grande respiro, dove si moltiplicano le parole che comunicano armonia, grazia.
Un esempio, tratto da “Dimensioni della carità” :

Colui che ama…dimentico di sé…Dio l’obbliga a svilupparsi per diventare più efficace nel servizio dell’umanità. Non c’è tregua per colui che si è donato senza alcuna riserva….Per mezzo suo l’umanità diventa più bella, meno egoista, meno bellicosa, …per mezzo suo, che ha conquistato la libertà interiore, l’umanità diventa più libera….per mezzo di coloro che sono bruciati dall’amore, la terra diventa più umana, acquista uno splendore nuovo, l’incomparabile splendore di vita, divinizzata nell’unione reciproca. La natura, che gemeva sotto il peccato, diventa libera. Associata nello slancio verso Dio e nel vicendevole aiuto fraterno, diventa più degna di essere offerta dalla volontà dell’uomo che la ridona al Creatore. (82-83) (cfr. Gaudium et Spes, n. 14)

E’ una visione serena, non arrogante, di tutta la realtà che lo circonda, cosa che gli era connaturale fin dall’infanzia, a giudicare da alcune pagine, in cui egli sembra accarezzare la povera gente che ha conosciuto. Eppure si tratta di testi che analizzano il dramma della fame e vogliono capirne le cause, testi redatti con metodo rigorosamente scientifico.
Scrive per esempio all’inizio di un testo di economia (Progresso e solidarietà fra i popoli) :

una volta, ciascuno di noi sapeva bene che c’era della gente che aveva fame, non la fame che precede normalmente un buon pasto, ma quella quotidiana, abituale. E quando le nostre madri ci mandavano a portare un bel pezzo di pane ai mendicanti di passaggio, la cosa ci sembrava del tutto naturale. Sapevamo anche che quel mendicante col sacco non era in grado di mangiare tutto il pane che riceveva in una giornata e che, sovente, lo vendeva in qualche cascina per ricevere in cambio un po’ di denaro. Sapevamo infine che molti, con quei soldi, si comperavano del vino e del sidro, arrivando talora ad ubriacarsi. Ma neppure questa compensazione poteva colpirci, noi che non eravamo mai privi del necessario. Bisognava pure che quel povero diavolo si concedesse anche lui qualche piccola gioia

Questo modo di iniziare un testo di analisi sulle cause del sottosviluppo può sembrare insolito, ma per Lebret è naturale che studio e esperienza quotidiana siano tenuti insieme, anzi lo studio acquista tanto più senso quanto più è al servizio della collettività. Questo si capisce alla luce di quanto altre volte dice, che essere solo intellettuali senza il contatto continuo con la base, con gli operai, i contadini, i pescatori, porta ad essere un piccolo ghetto, una chiesuola che ha perduto la sua ragion d’essere.

Nel 1946 e nel 1949 Lebret aveva tenuto degli esercizi spirituali che furono poi stampati, dopo che ne aveva rivisto il testo stenografato da una ascoltatrice. Lebret ripercorre la storia della salvezza e arriva alla conclusione che assolutamente noi cristiani siamo responsabili del prossimo, ma che ormai il nostro prossimo è tutta la gente, è l’umanità intera. Dobbiamo avere un rispetto profondo per questa umanità, non dobbiamo imporre niente perché è Dio che ha l’iniziativa ; possiamo soltanto mettere a disposizione ciò che si è capito. Lebret non è persona che cerchi di costringere gli altri a credere. Non solo, ma sa che molte volte i non credenti sono più vicini a Dio di quanto non lo siano alcuni cristiani.

La denuncia nei confronti dei cristiani è frequente ma scaturisce da una sofferenza vera. Lebret vorrebbe che i credenti assumessero la grande responsabilità di essere strumenti di giustizia e riconciliazione. Così quando legge nel Vangelo la parabola di Lazzaro (Lc16,19ss.) la colloca immediatamente nella nostra storia. Lazzaro è oggi gran parte dell’umanità.

“Noi siamo divenuti il ricco malvagio. Lazzaro è accucciato sotto il nostro tavolo e deve contentarsi delle briciole che ne cadono : un centesimo, due centesimi, un millesimo dei nostri redditi nazionali…. Lazzaro è legione, l’immensa maggioranza dell’umanità. Lazzaro un tempo era lontano, oltremare. Il nostro regime economico lo sfruttava freneticamente. Lazzaro è oggi divenuto vicino, il mondo si è rimpicciolito. Lazzaro comincia ad esistere per noi, noi lo abbiamo appena scoperto. Giudicando dai nostri giornali, ha preso un grande posto nella vita del mondo. Noi non lo amiamo ancora, ma ci fa paura ; Lazzaro ha imparato a rivoltarsi … impara a leggere e a reagire….minaccia la nostra sicurezza, la nostra pace. Noi potremmo aiutare Lazzaro assai di più. Ma bisognerebbe per far questo che i grandi popoli economicamente potenti cessassero di odiarsi e di spendere, per la loro difesa o per attaccare gli altri, circa trenta volte di più di quanto spendono per assistere le popolazioni nella miseria. Lazzaro è esasperato per il nostro orgoglio e la nostra idiozia. Lebret conosce bene la miseria dei paesi meno sviluppati che egli ha visitato tante volte, sempre con una attenzione particolare alle fasce più deboli della popolazione ; si indigna perché non è solo la povertà materiale quella che noi imponiamo, ma anche altre povertà : l’impossibilità di accedere alla conoscenza, di usufruire della bellezza, di mantenere la dimensione umana nei rapporti con gli altri. D’altra parte anche il mondo meno sviluppato è destinato a subire le conseguenze negative – senza peraltro godere dei vantaggi dell’industrializzazione – che sono ormai evidenti nei paesi occidentali. Dice Lebret che l’uomo diventato capace di dominare la terra in realtà è diventato schiavo. E’ raro che la riflessione personale non sia stata soffocata al punto da non sentire più il tormento fra due aspirazioni : quella che punta in alto, verso la pienezza della personalità e quella che, con la scelta del più facile, scende verso l’appiattimento. L’uomo è spogliato di se stesso e “questa spogliazione è comune al mendicante, al sottoproletario, persino al lavoratore medio teso nell’affanno dell’incertezza e dell’inquietudine A quest’uomo…..gli sforzi di invenzione non sono stati comunicati. La lettura dell’universo gli resta interdetta. Egli conosce soltanto il suo desco, la sua macchina, il suo mestiere, la sua strada, il suo tugurio. In una società supercivilizzata, egli è un ignoto primitivo. (Promozione umana, p. 59).

Si percepisce che alla base di ogni suo pensiero o azione C’è una grande misericordia. Egli ha vivo il bisogno di fare emergere le potenzialità e le speranze della gente comune ; insiste sempre, fino dai tempi di Saint Malo, perché nelle commissioni, nella scelta delle decisioni, siano sempre presenti e siano ascoltati i lavoratori, che meglio di tutti conoscono i problemi, i punti deboli dei provvedimenti e sanno quali sono le priorità d’intervento. Anche ai cristiani chiede di farsi compagni di strada della gente, di condividerne le fatiche ; in caso contrario la loro diventa controtestimonianza. Per far questo però occorre avere “viscere di misericordia” e la misericordia è frutto dell’amore per Dio e per le creature che Egli ama. Parlando di sé dice ciò che ha capito : “…davanti ad ogni uomo, sento con lui profonde affinità.

Poiché lo amo è ancora una parte di me stesso. E l’amo sempre e ancora di più, perché scopro di lui maggior bene e più intensa bellezza ; il bene, la bellezza che egli già possiede, il bene e la bellezza che lo attirano. ……voglio portargli luce, non limitazione……non voglio salvarlo suo malgrado. Voglio che lui stesso si realizzi per mezzo delle sue scelte” (Promozione umana)

Tutto ciò vuol dire accogliere l’altro così com’è : tu non puoi trasformarlo. Se pensiamo alla liturgia della quarta domenica di questo anno C, (Lc 4), alle parole di Gesù che rimandano alla guarigione di Naaman (2Re 5,1 ss.) scopriamo anche nell’atteggiamento di Eliseo questa stessa logica. Naaman chiede se può portare via della terra su cui potrà offrire sacrifici al Dio degli israeliti, però nello stesso tempo chiede perdono se lui continuerà ad accompagnare il suo Signore nel tempio di Rimmòn e se si prostrerà a adorarne l’immagine. Eliseo gli dice : va’ in pace, che a me sembra essere questa grande libertà : vai, l’importante è che tu non pecchi più, l’importante è amare. Vai, dice Gesù all’indemoniato guarito che voleva seguirlo. Non tutti devono andare dietro materialmente a Gesù. Vai, torna al tuo villaggio, alla tua storia, alle tue tradizioni, conserva solo nel cuore questa grande luce che è l’avere intravisto l’infinito amore di Dio.

Allora l’intolleranza è cosa che assolutamente Lebret non conosce. L’unica cosa che conta è l’autenticità dell’amore. E’ la follia delle creature innamorate del progetto di Dio sulla storia, di coloro che sposano la passione per il bene degli altri, della terra, della creazione. Una delle cause della sua sofferenza era proprio l’assenza di follia nei cristiani. E pregava : Oh Dio, mandaci dei folli, mandaci uomini che si impegnino a fondo, che dimentichino se stessi, che amino diversamente che a parole, che si donino veramente e fino in fondo. Noi abbiamo bisogno di folli, di gente che non ragioni, di appassionati, di uomini che siano capaci di compiere il salto nel buio, nell’ignoto sempre più spalancato della povertà, che accettino, chi di perdersi nella massa anonima senza alcun desiderio di fare di essa il proprio sgabello, chi di utilizzare la propria superiorità acquisita soltanto al suo servizio

E dà una definizione della follia che ognuno di noi vorrebbe potersi attribuire :
..folli, tutti presi da uno stile di vita semplice, liberatori efficaci del proletariato, amanti della pace, alieni da ogni compromesso, decisi alla totale abnegazione, capaci di accettare qualsiasi compito, di partire per qualsiasi posto, per disciplina, insieme liberi e obbedienti, spontanei e tenaci, dolci e forti. (124-25 Malley)

Ricerca del bene comune e lotta contro l’ingiustizia

Il periodo trascorso a Saint Malo è senza dubbio di fondamentale importanza per Lebret. Lui era nato e vissuto vicino alla realtà dei pescatori, ma non l’aveva “vista”. Le cose e le persone si”vedono” quando cominciano a entrarci dentro, quando cominciamo ad amarle, e così accadde a questo giovane domenicano. Era un tempo di terribile crisi economica, in Bretagna viveva circa il 60% dei pescatori francesi ; dal 1929 al 1932 però il guadagno si era ridotto del 25% per i marinai addetti al commercio, del 63% per i pescatori d’alto mare, dell’80% per gli addetti alla pesca del tonno, del 40% per i piccoli pescatori. Lebret comincia insieme ai suoi collaboratori a analizzare la situazione, porto per porto. Occorrono dati certi per poter intraprendere una azione di denuncia e di sostegno. Si delinea e si elabora in questo periodo un metodo di lavoro che resterà sostanzialmente invariato.

(Padre Loew, nel 1986, diceva che forse il metodo di analisi poteva essere superato ma che l’essenziale per Lebret era altro. Attraverso una gigantesca inchiesta a San Paolo e attività in Libano, “formava uomini a partire dalla stessa “realtà” degli uomini. Donava uno spirito a coloro che formava” Lebret per la sua formazione aveva acquisito l’abitudine a una logica tesa all’efficienza. Individua una strategia di azione che di nuovo poggia su due basi : la fede e la prassi. Vengono formati gruppi di lavoro che animati dalla misericordia per amore, devono analizzare i fatti, riflettere, educare, prendere a carico un settore umano, avere a cuore la promozione umana e la evangelizzazione. Sul metodo Lebret insisterà sempre molto, anche a distanza di anni. Secondo lui occorre prestare abituale attenzione a tutto quello che riguarda l’uomo, per migliorarlo ma anche per potere eliminare gli aspetti negativi, e lui sostiene che ci vogliono anni per prendere nota di tutto, per poter poi capire in che direzione muoversi, decidere quali obiettivi si devono raggiungere e poi iniziare delle battaglie concrete, decisive. Per operare occorre assumersi la responsabilità di un gruppo umano concreto. Questo è per Lebret un punto fondamentale. Il militante deve legarsi a una parte di umanità, si inserisce in essa, aspetta davvero come una grazia che scatti il miracolo dell’amore, che i membri di quel gruppo lo accolgano come uno di loro. Dopo che ha studiato a fondo un ambiente, un mestiere, un villaggio, e prestato molta attenzione agli uomini, a un certo punto si rende conto che può iniziare la battaglia : ha scelto di essere uno di loro.

Scrive : “prendere a carico gli uomini significa abbracciare nel proprio sguardo e nel proprio amore una parte di umanità, con lo scopo di donare ad essa il massimo di essere, il massimo di vitalità, di valore (efficacia politica del cristiano). Nell’assemblea generale del 1945 lui torna su questo problema e dice che c’è il rischio che una équipe non trovi più il tempo di scendere nel concreto, perché deve farsi carico del mondo intero, di tutti i miseri. Tuttavia questo diventerà presto solo teorico, se abbandonerà il principio dell’impegno in un settore specifico. Sarebbe un po’ quello che diciamo oggi : pensare globalmente, agire localmente. C’è anche un termine che è oggi usato per esprimere l’idea (bruttino a dire il vero) : Glocale.

In tutta questa ricerca che precede ma anche accompagna l’impegno, bisogna compiere degli studi economici, fare analisi, statistiche e ogni militante deve avere una strategia.

Un secondo aspetto su cui Lebret insiste è la scelta di una azione corporativa. Bisogna che ci sia una azione concertata fra gli operai delle officine, gli addetti al commercio della pesca, i pescatori. Questa azione collettiva dei vari settori deve avere di mira davvero il bene comune e non gli interessi di questo o quel gruppo, di questo o quel settore. Solo così, secondo il suo parere, si potranno salvare gli interessi di tutti. Con Ernest Lamort contribuisce alla nascita di un sindacato solido in ciascuna delle professioni marittime. Naturalmente questo gli crea dei problemi. Molto appoggiato dall’arcivescovo di Rennes, si vede invece ostacolato da ampi settori della chiesa e dal sindacato cristiano, che vede con sospetto il suo forte interesse per l’economia, cosa che lo portava a posizioni critiche nei confronti del grande capitale.

Sempre in questi anni, prima della fine della guerra, con la fondazione di Economia e Umanesimo, viene redatto un Manifesto, che porta la data del 1942, in cui si rifiuta l’economia del profitto, si chiedono riforme sociali e non solo riformismo sociale e si comincia a parlare di una economia comunitaria. Parla dei bisogni distinguendoli in :
Primari, che sono i beni essenziali,
Secondari, che è il benessere,
Terziari, che sono i beni superflui, prodotti in misura limitata, ma fra questi egli ne pone alcuni che ritiene importanti che sono il diritto alla cultura, all’arte, alla bellezza : un tema sempre ricorrente, questo, in lui.

Le analisi in questo periodo sono davvero molto precise. Certi testi sembrano scritti ieri. Purtroppo.
Lui scrive :

Il disordine comincia quando la metropoli pensa a sé sola ; (e quando dice metropoli pensa al paese ricco e colonizzatore) non si cura dei sudditi, che sono persone, ma delle risorse, che sono cose ; si serve senza servire ; sfrutta la manodopera a basso prezzo senza contropartita ; entra nel meccanismo capitalista, cercando prima di tutto la ricchezza e non l’interesse per l’uomo…” Già qui si intuisce l’azione che Lebret poi porterà avanti a favore dei paesi che hanno fatto parte dell’impero coloniale francese ma anche di altri. “Riservare la gran parte delle ricchezze dell’universo a qualche migliaio di privilegiati, organizzare la produzione e gli scambi solo a proprio vantaggio, chiudere le frontiere a ogni nuovo afflusso di lavoratori….. sono altrettanti errori compiuti dalle nazioni o dalle imprese il cui egoismo crea cause permanenti di guerra. Non si può arrestare indefinitamente la spinta della vita…

Queste cose le scrive nel 1942, ed è vero che la spinta della vita non la si può fermare all’infinito, ma certo per un discreto numero di anni sì..

Nel 1958 Lebret fonda l’IRFED – Istituto Internazionale di Ricerca e Formazione per lo Sviluppo – Poi lascerà la direzione di Economia e Umanesimo, che aveva fondato prima, per occuparsi soprattutto dei paesi sottosviluppati. Lavora in Brasile dal 1952 al 1954 : il presidente è Getulio Vargas, che era passato, dopo varie fasi, a una scelta cautamente democratica e appoggiava lo sviluppo economico del paese ; d’altronde tutta l’America Latina inseguiva questo sogno noto come desarrollismo. Purtroppo però la situazione della popolazione non migliorava perché uno sviluppo industriale avrebbe richiesto mezzi ingenti, aiuti veramente disinteressati da parte dei paesi ricchi.

Lebret si sofferma a lungo sulle cause del sottosviluppo, della fame nel mondo ; e anche se chiaramente non è il solo a fare queste analisi molto attente, si può dire che è abbastanza in anticipo sui tempi. Lebret non è tanto tenero nei confronti degli Stati Uniti, del capitalismo e dei popoli occidentali. Scrive una specie di dichiarazione che riassume il pensiero dei popoli ricchi. Non sapendo da chi e quando è stato scritto credo si farebbe fatica a retrodatarlo : Così parlano spesso i popoli ricchi.

“Poiché non vogliono saperne della nostra civiltà e si rifiutano di riconoscere il bene ricevuto ; poiché sono pronti ad espellerci e a combatterci giocando con abilità sugli aiuti occidentali e su quelli sovietici, lasciamoli dunque marcire nella miseria che si meritano. Non hanno amore al lavoro ; il pieno impiego non li entusiasmerebbe per niente. Quando in una settimana fanno tre giornate a pieno orario, disertano il lavoro negli altri giorni, giudicando di aver guadagnato a sufficienza. Quando uno trova un buon impiego, tutta la parentela viene a vivere alle sue spalle, aumentando così la disoccupazione camuffata. Ad ogni modo, facciano come noi : lavorino, risparmino, investano. Non è giusto che un decimo della nostra produzione sia messa, così gratuitamente, a loro disposizione. Noi lavoriamo senza mai sostare per lunghe settimane e cerchiamo di aumentare la nostra produzione : dunque la nostra prosperità è la ricompensa che ci meritiamo. Non sanno sfruttare le loro ricchezze minerarie, petrolifere, che per noi sono una vera cuccagna. Cerchiamo di non togliere le difficoltà con le potenze che fino ad oggi hanno dominato. Così queste sorgenti di ricchezza resteranno per noi.

All’occorrenza li armiamo anche contro i loro oppressori. Ne facciamo così degli evoluti e qualcuno di loro si avvicinerà al nostro tenore di vita. Quando avremo sfruttato le loro risorse, li lasceremo liberi di svilupparsi come vogliono, a meno che la loro posizione strategica non ci consigli di mantenere delle basi sul loro territorio. E ‘ bene armarli perché siano nostri alleati e così non subire troppe perdite. Noi abbiamo paura di morire, mentre loro sono dei fantoccini insignificanti e la morte non li spaventa. Soprattutto per evitare che abbiano troppi bambini bisogna urgentemente educarli ai metodi anticoncezionali e incoraggiarli all’aborto. Di modo che il nostro compito sarà meno pesante e la nostra sicurezza più certa”.

I popoli poveri poi sono vittime anche delle classi privilegiate locali a cui forniscono una vita di lusso. Per tanti anni l’occidente ha detto a chiare lettere che la sua cultura era superiore e gli altri dovevano adeguarsi ad essa se volevano uscire dalla miseria, e così con la sua pretesa superiorità la minoranza ricca ha sconvolto il mondo e ha distrutto valori e culture. Oggi ci siamo accorti della passata miopia e tentiamo di recuperare quei valori, culture, tradizioni ; vogliamo anche quelle per noi e le prendiamo. Naturalmente pagandole poco. Musiche, danze, stoffe, disegni originali, acconciature, cibi ecc. Non sono brevettati. Se però quei popoli necessitano di tecnologia, di medicinali, faremo pagare a caro prezzo i loro bisogni essenziali. Da noi si brevetta tutto.

Lebret è veramente indignato per questa ipocrisia costante, è innamorato della verità. Nel libro pubblicato dopo la sua morte, scritto quindi negli ultimi uno o due anni, “Progresso e solidarietà fra i popoli”, ci sono analisi attentissime, e già lì è chiaro quale è il meccanismo dell’impoverimento progressivo dei popoli terzi. Gli investimenti dei paesi ricchi sono pochi (all’epoca non c’erano ancora i petroldollari da collocare d’urgenza da qualche parte), ma l’aiuto è distribuito soprattutto in dipendenza di strategie politiche, militari e ideologiche. E Lebret osserva :
“è pressoché impossibile ingannare i popoli che si aiutano. Essi se ne accorgono quando non sono amati per se stessi”. Cioè, la sua idea era che la prima fame dei popoli è quella di essere amati, di essere considerati persone. Continuando l’analisi rileva come la struttura economica dell’Occidente sviluppato lo induce a pagare il meno possibile le materie prime e quelle energetiche di cui necessita per far funzionare le industrie a pieno ritmo e perché si diversifichi la gamma dei prodotti da vendere. L’Occidente non crea solo nuovi bisogni fra i propri abitanti, ma anche fra le popolazioni dove acquista la materia prima. Più la domanda è alta, più vende caro. Perché è padrone dei prezzi d’acquisto e di quelli di vendita, e così il paese sviluppato obbliga quello meno progredito a vendere sempre meno caro e a comprare a prezzi sempre più alti.

Quella parte che abbiamo definito “Terzo Mondo” non contava niente : era talmente pacifico che la vocazione dei paesi “arretrati” fosse quella di servire i paesi “progrediti”… Non passava neppure per la mente di chiedersi se non si portavano via a questi paesi i loro stessi mezzi di sussistenza.

E dice un’altra cosa che a me ha fatto impressione quando l’ho letta. Si, dice, noi pensiamo di aver fatto molto, modificando un poco i nostri rapporti con questi popoli, creato nuove relazioni con “coloro che (però) non abbiamo cessato di disprezzare malgrado le nostre ripetute affermazioni”. Noi, guardate, lo potremmo dire ogni giorno questo : abbiamo creduto di fare tanto, di aver migliorato i nostri rapporti, poi li accogliamo, certo, e gli cerchiamo il lavoro, ma che si comportino bene : eppure..non abbiamo cessato di disprezzarli malgrado le nostre ripetute affermazioni.

Lebret aveva studiato attentamente anche il marxismo. Non ne condivide evidentemente le conclusioni estreme, tuttavia da certi testi, da certe sue affermazioni, a giudicare da una preghiera che lui rivolge a Dio per i comunisti, appare chiaro che lui ne capisce le ragioni, non tanto di quelli che guidano le sorti dei paesi, perché anche loro, come l’Occidente, danno gli aiuti in maniera strategica, ai paesi amici o che possono diffondere il comunismo, ma le ragioni della gente comune.

Preghiera per i comunisti

Signore, so che questa preghiera farà sobbalzare molti cristiani, quelli che piuttosto pregherebbero, e che già t’invocano contro i comunisti..….è a partire dai valori autentici che sono in loro che ti chiedo umilmente, con ardore, di concedere loro di svilupparsi senza che niente di valido sia distrutto.

Per la maggior parte di loro l’accettazione del comunismo è nata, mi sembra, dall’aspirazione alla giustizia…non è per quella meschina invidia dei ricchi, così spesso descritta senza finezza psicologica, che l’uomo si decide a fare questa scelta, ma è per reazione agli egoismi, all’incoscienza, all’imperizia, alle ingiustizie ; è perché sente che il lavoratore, nella società in cui vive, non è in concreto rispettato, è perché è stanco di essere in miseria quando vede tanto spreco, o di non avere un lavoro sicuro quando tanti bisogni primari dell’umanità non sono soddisfatti, o di essere senza casa o alloggiato in tuguri quando la ricostruzione arricchisce gli speculatori.

L’adesione al comunismo è l’atto di chi, stanco dell’ingiustizia, comincia a rompere con chi gli sembra connivente con l’ingiustizia o almeno incapace di combatterla efficacemente….prima che atto formale è atto di difesa..E’ qui che li raggiunge la mia preghiera. Come loro io vorrei meno iniquità nel mondo, meno distanza fra le classi sociali, meno miseria e meno lusso. Come loro provo una forte reazione contro l’ordine sociale dei benpensanti, e mi interrogo per capire se non tradisco con il mio non spingermi fino al rifiuto, alla rivolta. Si deve dunque sempre accettare l’abuso che i potenti fanno dei loro privilegi ? Si deve sempre, per non interrompere la continuità di una dominazione, protestare solo per principio, senza volere fermamente che tutto ciò cambi ? Si deve predicare la rassegnazione a tutte le sofferenze quando si sa che gran parte di queste sofferenze potrebbero essere facilmente evitate ?…… Com’è allora, Signore, che non siano stati i tuoi fedeli a mettersi in prima fila nella difesa degli uomini contro i regimi economici e sociali che generano fasce sociali a livello inumano ?

In un altro momento parla dell’uomo che aspira non solo ad avere di più ma ad “essere di più” (cfr. Populorum Progressio n. 6) anche inconsapevolmente, quindi a crescere nella stima di sé, e dice che il successo del comunismo non è da cercare nella sola attrattiva del benessere : “una mistica latente entusiasma i militanti per l’avvento di una umanità più umana. Un sogno grandioso provoca una grande speranza. Oggi si accettano duri sforzi per il bene delle generazioni future”.

E’ questo che gli fa sentire vicini questi uomini perché sacrificarsi per le generazioni future è quanto è chiesto ai cristiani dal Signore : “ama il prossimo tuo come te stesso”. La lettura critica che Lebret fa in questi anni è significativa, perché il clima generale nel mondo cattolico verso il comunismo era di condanna. Le persone che parlavano in questo modo erano malviste, mal tollerate e, se possibile, sospese dai loro incarichi. Ricordiamo che in Italia, a Firenze, nel 1957 esce Esperienze Pastorali di Don Lorenzo Milani, col nulla osta di Padre Santilli domenicano, ma il libro sarà condannato, e intanto La Pira è definito il comunista bianco e Balducci fonda Testimonianze ; questo solo per accennare a figure note a tutti.

Un grande movimento di pensiero anima le società. Questo significa che lo Spirito suscita in mezzo al suo popolo dei profeti che aprono cammino aiutando gli uomini a vincere la paura. Lebret vede la validità delle aspirazioni della popolazione che si riconosce nel comunismo, anche se soffre per il suo allontanamento dalla fede, ma sa che grandi colpe ci sono da parte dei cristiani, che troppo spesso hanno chiuso gli occhi di fronte ai soprusi dei potenti Lebret insiste sull’amare “come te stesso”, sul fatto che non si è capito abbastanza bene questa parola di Gesù, altrimenti noi ci impegneremmo senza riserve, ciascuno nel proprio campo, nella lotta alla miseria, all’esclusione, all’ingiustizia. Senza alzare la voce egli inchioda con una logica stringente chiunque voglia minimizzare i facili compromessi dei cristiani.

Una grande confusione si è progressivamente creata fra i cristiani : la morale che è stata loro costruita non era una morale di tradimento totale, ma ne è stato tolto l’essenziale, la pienezza del dono, l’esigenza di eroismo. Tutti abbiamo conosciuto uno o più esemplari di quei cristiani precisi che, durante tutta la loro vita, si sono sforzati di rimanere nell’onestà, anzi di adempiere con scrupolo, ogni giorno, ai cosiddetti esercizi di pietà, ma che, malgrado tutto, sono dei cristiani terribilmente mediocri. Non era stato detto loro in partenza : “con ‘ tutto’ il tuo cuore, con ‘tutta’ la tua anima, con ‘tutte’ le tue forze, e il prossimo tuo ‘come’ te stesso” ? Si, certamente : ma erano stati ben presto indirizzati sul binario morto del calcolo della salvezza e della correttezza senza dinamismo……Appena si pone l’ideale cristiano ad disotto del Vangelo, si può esser certi di stare nell’infracristianesimo. Nessuno può vivere il Vangelo senza un coraggio tenace, senza dono assoluto riconquistato dopo le cadute e i regressi. Se in partenza non ne siamo persuasi, il nostro avanzamento è già compromesso, non è che un’illusione di avanzamento. “Conserva la sua vita colui che la perde” (Lc 9,24 e paralleli). (cfr. Populorum Progressio nn. 171-172)

Anche in testi più recenti lui torna a parlare del cristiano che deve svegliarsi dal suo sonno. C’è uno scandalo dato dal fatto che i cristiani non sono in modo risoluto e ovunque nelle prime file del progresso umano, nella ricerca scientifica, nell’azione sindacale, nella battaglia politica. Sono tanti quelli che si sacrificano disinteressatamente, nelle missioni, negli ospedali, nelle scuole ..

“e pur tuttavia…l’insieme dei cristiani appare sempre come il difensore del passato, attaccato a strutture senza più senso, a idee sorpassate che nessuno si prende neppure la pena di rivedere, a privilegi che hanno perduto ogni legittimità, a regole morali stabilite da un ordine sociale statico e da gruppi umani ristretti, mentre il mondo si è messo a girare più svelto” E quindi salvo forse che nel campo della carità e della beneficenza, i cristiani hanno perduto quasi dovunque l’iniziativa. Questo gli dà una grande sofferenza. Come – avete perduto l’iniziativa ? Dovevate essere dei trascinatori, dei costruttori, e invece, nel migliore dei casi, siete dei trascinati, e poi denigrate tutto, non vedete la bellezza del nuovo che germoglia. Dice cose terribili davvero : “Assuefatti a occuparsi solo della loro salvezza personale, si isolano dall’umanità in angoscia e alla ricerca. Basta che la loro contabilità di azioni ritenute virtuose sia a posto e la loro anima è tranquilla. Perisca il mondo al loro fianco, si ingrossino pure le file del sottoproletariato, continui lo sfruttamento degli indigeni, si prepari pure la guerra più distruttiva, essi sono calmi con la loro sicurezza spirituale e pronti ad evadere in quello che chiamano il soprannaturale, se non ad allinearsi, deliberatamente o inconsciamente, con le forze oppressive” Se pensassimo un pochino alle nostre posizioni di credenti in questo momento, in questo particolare momento. Si vota il proseguimento della guerra, il rifinanziamento della missione in Iraq, e l’opposizione si divide, anche qui ; una parte si astiene. Come, griderebbe Lebret, astenuta ? Ma vota sì, di’ che sei convinta che va bene : ti combatto ma ti rispetto perché hai il coraggio delle tue scelte. Ma astenersi ! Mandiamo i giovani a crepare…..”ma la cosa è complessa” dicono…ma quale complessità, quale azione di pace…siamo lì per fare la guerra, agli ordini degli statunitensi, per giunta…

Giustamente Lebret dice : In alcuni non è la carità che manca, è l’intelligenza. E’ tanto facile non pensare, non mettere niente in discussione. E invece niente di ciò che diminuisce l’uomo può lasciare i militanti cristiani insensibili e inattivi : “appena affondano nell’accettazione di ciò che è, incominciano a tradire”.

E’ duro, tagliente, ma subito torna all’esortazione : “tocca a noi, carichi di angoscia, in ricerca ardente della verità, brucianti d’amore per l’umanità, sempre prudenti ma della vera prudenza, sempre sottomessi alla Chiesa, audaci e timorosi insieme, far scomparire questo scandalo” E lo dice oggi, e io sento che lo dice a me e lo dice a noi,. Perché di questo cose noi parliamo, ed è tanto che ne parliamo e probabilmente abbiamo più responsabilità di altri che queste parole non se le sentono dire.

Negli ultimi anni della sua vita Lebret parla frequentemente della civiltà dell’ascesa umana universale, una civiltà dove la responsabilità è obbligatoria, dove tutti devono assumersi lo sforzo collettivo, pena il dilagare del parassitismo e dello spreco. Certo si devono valutare le forze per conservare l’equilibrio, ma poi bisogna donarsi senza riserve, senza più difendersi. E dice una cosa bellissima e tanto vera : “I donati a metà sono sempre affaticati, stanchi, dopo pochi sforzi ; i tutti-donati reggono all’infinito sotto la pressione della loro profonda vitalità” Lui sogna sempre una umanità a dimensione umana. A un certo punto parla dei ritmi biologici che devono avere la precedenza su quelli meccanici e amministrativi. Scrive : “sono nati dei tipi umani spaventosi, dall’uomo d’affari incapace di pensare ad altre cose, dal funzionario e dall’impiegato che sembrano assumere il colore della carta, dal professore che non va mai a vedere ciò di cui parla, fino al manovale che non è neppure dotato di maggior vigore degli altri o fino all’operaio specializzato che non fa mai niente di intero…… Appare folle colui che sia poco sia tanto si oppone a queste norme…L’unità fondamentale di tempo nell’economia umana è la durata di una generazione, i venti o trent’anni che sono necessari per imparare un mestiere, per fondare un focolare e guidare i figli al momento in cui, a loro vola, riprenderanno il ciclo per proprio conto (161-162) Questo rendere più autentica, più umana la storia degli uomini richiede il coraggio della verità. Nel 1954 a San Paolo diceva che, sì, le economie del passato erano state in genere inumane, ma che non si può chiamare umanizzazione dell’economia quella che cerca oggi di attenuare le colpe del regime capitalista :
“Si applica la panacea del “sociale”. Per impedire che gli uomini siano troppo schiacciati dalle strutture economiche, si apporta un certo numero di correttivi, proibendo il lavoro dei fanciulli, riducendo la durata della giornata di lavoro, concedendo a poco a poco ai lavoratori qualche garanzia di sicurezza e alleviando la fatica umana. Ma il regime stesso continua a produrre la miseria umana e l’alienazione. Il palliativo del “sociale” dirigendosi soprattutto agli effetti, si mostra inefficace dinanzi all’estendersi dei mali sociali e non impedisce quindi le spinte rivoluzionarie…. Invece di agire sui mali sociali, bisogna rivolgersi alle loro cause, a tutte le loro cause”

La lucidità delle analisi e la grande passione procura a Lebret negli ultimi anni della vita notevoli riconoscimenti. Sia Giovanni XXIII che Paolo VI hanno avuto sempre grande stima di lui. Papa Giovanni era andato a visitare la sede di Economia e Umanesimo quand’era Nunzio in Francia ; appena indetto il Concilio lo chiamò come esperto. Lebret ha dato un grandissimo contributo alla elaborazione dello schema 13 che poi divenne la Gaudium et Spes. Con Paolo VI ha elaborato il testo della Populorum Progressio : intere frasi dell’enciclica sono tratte dai suoi scritti. La Popolurum Progressio esce nel 1967, a un anno dalla sua morte ; nel presentarla Paolo VI dirà che l’enciclica è un omaggio a Lebret.

Non c’è dubbio che Lebret è stato molto amato e cercato. In America Latina sono tanti i paesi in cui lui ha lavorato, sempre con lo sguardo rivolto alle fasce più deboli. Credo sarebbe bello continuarne lo studio, anche per farlo conoscere. Mi è capitato di leggere qualche passo a persone amiche, capitate a casa, e tutti sono rimasti colpiti dalla modernità e dalla chiarezza del suo pensiero e anche dalla semplicità con cui lo esprime.

Vorrei terminare con la lettura di una sua preghiera :
COLORO CHE IN TE HO AMATO, SIGNORE
Mio Dio, io credo di aver amato molte cose, in te, lungo il mio cammino.
Capisco che ciò fu sempre troppo poco, ma comprendo che fu il meglio della mia vita così piena di egoismi.
ambino, ho amato quella povera vicina che non aveva il vestito per andare a Messa.
Ho amato i mendicanti che portavano la bisaccia di cassa in casa per riempirla di pane.
Ho amato gli scaricatori di Porto Said, con i quali abbiamo imbarcato il carbone sul nostro battello.
Ho amato i tedeschi, ai quali avevamo appena distrutto la flotta, e che chiamavano disperatamente nella fitta nebbia tra i banchi di Fiandra.
Ho amato i pescatori che fuggivano verso la città, ridotti alla fame dalla meccanizzazione e dalla crisi mondiale…..
Ho amato gli abitanti dei tuguri di Marsiglia presso i quali il Padre Loew mi conduceva.
Ho amato i neri delle favelas di Rio e dei mocambos di Recife….ho amato i cenciaioli di Tokio ai quali la polizia distruggeva le misere abitazioni….ho amato tanti sventurati da non ricordarmene più il numero….
ho amato i ricchi, schiavi della loro ricchezza….i politici che non avevano tanta competenza o tanta grandezza da adempiere correttamente il loro dovere.
Ho amato ogni sorta di uomini, tanti poveri miserabili che solo la testimonianza dell’amore autentico può sollevare.
Mio Dio, ho fatto troppo poco per tutti questi uomini che ho amato in te e per tutto ciò che vi era in essi di valore e di speranza
Nondimeno la mia angoscia stringa pure tutti coloro che portano ancora il tuo nome e che, unendo i loro sforzi, potrebbero fare un mondo migliore.

Un altro mondo è possibile


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